L’epidemia di coronavirus è ormai una pandemia e una crisi di livello mondiale e, come tutti gli eventi di questa importanza, porta con sé tutta una terminologia specifica che, molto spesso, rende difficile la comprensione dei non addetti ai lavori. A maggior ragione se i media, per pigrizia o comodità, utilizzano la terminologia in lingua inglese nelle notizie di cronaca. In un Paese come l’Italia con una conoscenza piuttosto superficiale della lingua inglese, è quindi necessario fare chiarezza sulla terminologia più diffusa che, pur essendo spesso sulla bocca di tutti, in pochi casi è compresa appieno. Per questo passiamo in rassegna, oltre alle parole più lette nelle ultime settimane, anche un’altra crisi che ha segnato profondamente l’economia mondiale, quella del 2008.

 

La famosa crisi finanziaria globale a cui sempre più spesso sentiamo o sentiremo confrontare la crisi economica provocata dall’epidemia di coronavirus, ci ha portato tutto un lessico finanziario legato agli ormai tristemente famosi mutui sub-prime, in buona sostanza finanziamenti immobiliari erogati a una tipologia di clientela ad alto rischio di insolvenza. Se l’utilizzo dell’anglicismo sub-prime può essere in qualche modo giustificato dalla particolarità del prestito (come noto, le banche italiane richiedono garanzie importanti per la concessione dei mutui rispetto a quando avveniva ai tempi negli Stati Uniti), difficilmente si può spiegare il ricorso da parte dei media al termine default per fare riferimento al banalissimo concetto di “insolvenza”, ovvero l’incapacità di assolvere ai propri obblighi di pagamento. Oltre a sentir parlare di mutui sub-prime e default, il lettore medio italiano si è dovuto destreggiare anche tra acronimi complessi, da quelli relativi agli strumenti (MBS, ABS ecc.) a quelli relativi alla classificazione dei crediti; ecco quindi che si sono diffusi i riferimenti agli NPL (ossia i non-performing loan, i “crediti deteriorati”) o gli UTP (unlikely to pay, le “inadempienze probabili”). E ancora, chi non ricorda gli hedge fund, i fondi speculativi ad alto rendimento e ad alto rischio? E per chiudere, i rating delle più famose agenzie Moody's, Standard & Poor's e Fitch che valutano il “grado di solvibilità”, il rating appunto, di un determinato emittente. Oltre ad anglicismi e acronimi oscuri, durante la crisi finanziaria del 2008 i media italiani sono spesso caduti in grossolani errori traduttivi: il caso più eclatante è sicuramente quello della famosa bankruptcy di Lehman Brothers; lasciandosi trarre in inganno dall’assonanza, i media italiani hanno parlato di “bancarotta” quando invece non c’è corrispondenza fra bankruptcy e il reato fallimentare di bancarotta dell’ordinamento italiano.

Tornando ai giorni nostri, in queste settimane in molti hanno sicuramente scoperto tutte le potenzialità dello smart working. Per evitare l’anglicismo, il governo italiano ha optato per “lavoro agile”, un’espressione utilizzata già nel 2017 (Legge 81/2017) ma senza alcun collegamento allo smart working. Solo di recente il Ministero del Lavoro ha utilizzato l’espressione “lavoro agile” come corrispondente di smart working, una scelta non particolarmente felice come illustrato in dettaglio dalla terminologa Licia Corbolante:

“[…] lavoro agile non corrisponde né al concetto inglese di agile working (falsi amici!) né a quello di smart working ma è più simile a remote working, che a sua volta è un tipo di flexible working.”

Un altro errore grossolano in cui sono caduti molti media, forse legato anche all’utilizzo della traduzione automatica, è quello che si è riscontrato in molti bollettini medici relativi all’epidemia di coronavirus: a fianco del numero di persone contagiate e vittime, è stato infatti riportato il numero di “ricoverati”, come traduzione dell’inglese recovered. Naturalmente si voleva far riferimento ai “guariti”.

Oltre agli errori più o meno sottili, in molti avranno letto di droplet o anche di distanza droplet sui giornali italiani. Fortunatamente il Ministero della Salute non ricorre all’anglicismo ma fa semplicemente riferimento alle “piccolissime goccioline di saliva” da cui potrebbe scaturire il contagio. Il motivo per cui la stampa sia ricorsa al termine inglese non è però chiaro. Altrettanto oscuro è il motivo per cui sia stato necessario parlare di cluster, ovvero di un gruppo di casi localizzati. Più precisamente per cluster si intendono “due o più nuovi casi correlati nel tempo e nello spazio (in un reparto/settore/area) determinati dallo stesso ceppo”, anche se spesso cluster viene trattato come sinonimo di “focolaio”.

Anche senza scendere troppo in dettaglio sorge comunque spontanea una domanda: il lettore medio italiano avrà ben chiaro il significato di tutta questa terminologia in lingua inglese? È proprio necessario ricorrere all’inglese nei testi divulgativi?

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